C’è un momento, nel febbraio del 1988, che vale la pena immaginare. Calgary, Canada. Le Olimpiadi invernali. Sul canale ghiacciato per il bob si presentano quattro ragazzi della Giamaica. Non hanno mai visto la neve prima di qualche settimana prima. La loro slitta è usata, comprata con i soldi ricavati dalla vendita di magliette in un bar. Il CIO ha cercato di escluderli fino a dieci giorni prima della cerimonia di apertura. E sono lì.
È da questo momento che prende le mosse questo episodio di No Time for Losers — un episodio doppio, che mette a confronto due film e due storie vere accomunati da una domanda sola: cosa significa presentarsi in uno spazio sportivo dove nessuno ti aspettava?
Il primo film è Cool Runnings (1993), il classico Disney che ha reso immortale la squadra giamaicana di bob. Il secondo è Good Luck Algeria (2016), una commedia franco-belga molto meno conosciuta, ispirata alla vicenda reale di Noureddine Bentoumi, primo rappresentante dell’Algeria nello sci di fondo olimpico. Due film, due registri completamente diversi, un unico filo: quello degli outsider assoluti negli sport invernali, di chi arriva da paesi senza neve e senza tradizione e decide comunque di esserci.
L’episodio ricostruisce prima la storia vera di Calgary 1988, che è più strana e più eroica del film che tutti conoscono. L’ideatore del progetto non era un ex campione alcolizzato: era George Fitch, diplomatico americano a Kingston, con un’idea pragmatica e quasi scientifica. Gli atleti erano soldati scelti della Jamaica Defence Force. I soldi per la slitta arrivarono davvero dalla vendita di magliette in un bar, ma la vera battaglia fu diplomatica — e la vinse il principe Alberto di Monaco, lui stesso bobista, convincendo il CIO ad ammettere la squadra. La caduta nella terza manche fu una sconfitta vera, non un momento epico: Devon Harris lo ha detto chiaramente, anni dopo. Il riscatto arrivò a Lillehammer 1994, quando i giamaicani finirono tredicesimi nel bob a quattro, davanti a Stati Uniti, Italia e Russia. Quella è la vera eredità di Calgary.
Cool Runnings viene analizzato con affetto ma senza sconti. Funziona — è uno di quei rari film che piace a tutte le età — ma si prende libertà enormi con la storia. L’allenatore Irving Blitzer non ha quasi nulla in comune con George Fitch, i quattro protagonisti sono personaggi inventati, la dinamica del gruppo è fiction pura. Eppure il film ha qualcosa che va oltre la fedeltà storica: un’intelligenza emotiva rara per un prodotto Disney dell’epoca. La frase chiave la dice l’allenatore Irv: “Se non sei abbastanza senza una medaglia d’oro, non sei abbastanza con essa.” Non è un film sullo sport. È un film sull’identità.
La seconda storia è quella di Noureddine Bentoumi: nato a Chamonix da padre algerino e madre francese, ingegnere, sciatore per hobby. Contatta la federazione algerina quasi per gioco e riesce a qualificarsi per Torino 2006. Nella 50 km deve fermarsi a metà gara, ma era lì. Aveva indossato i colori dell’Algeria su una pista olimpica. Nessuno ne scrisse. Anni dopo, suo fratello Farid avrebbe fatto un film su di lui — e quel film avrebbe avuto più impatto sulla sua notorietà dell’evento sportivo stesso.
In Good Luck Algeria il protagonista gestisce una piccola fabbrica di sci a Grenoble che sta andando a rotoli, e iscriversi alle qualificazioni olimpiche per l’Algeria diventa insieme un piano disperato e un percorso di riconciliazione con le proprie radici. Il regista non è interessato al film sportivo in senso stretto: il vero centro è nel rapporto tra il protagonista e suo padre, nel viaggio in Algeria, nella domanda mai esplicitata ma sempre presente su cosa significhi appartenere a due culture senza dover scegliere. Il film si chiude senza mostrare la gara olimpica — una scelta precisa — perché la gara non è il punto. Il punto è il gesto: portare il proprio corpo in uno spazio da cui è storicamente escluso.
Due film molto diversi — il prodotto Disney colorato e ottimista, la commedia europea sobria e familiare — che condividono la stessa convinzione: per certi atleti, arrivare alla partenza è già un’impresa che merita di essere raccontata.






